La Tinca

La Tinca in natura

La tinca (Tinca tinca L.), in natura, è diffusa in tutta Europa, in tutta l’Asia e nel Nord America. È un pesce di pianura, da acque ferme o lente. In Italia vive nei grandi e piccoli laghi di origine glaciale: dai laghi di Avigliana, Candia, Viverone, Orta, Maggiore (Piemonte) ai laghi di Varese, Lugano, Como, Iseo e Garda in Lombardia e Veneto. Cresce anche nei grandi fiumi di pianura, dove occupa quella che gli ittiologi chiamano la “zona a carpe”, gli ambienti ad acqua lenta non così ricchi di ossigeno come le correnti torrentizie delle “zone a barbi”, con fondali sabbiosi o fangosi. In particolare, la tinca occupa con la sua lontana parente carpa, quegli ambienti fluviali che stanno a margine delle grandi correnti e al fondo delle grandi “lame” o buche, dove la corrente rallenta e dove sono presenti blocchere, radici, tronchi caduti. In pratica vive in tutto il Po a partire da Carmagnola fino al Polesine, nel Ticino dal lago Maggiore alla confluenza con il Po, nell’Adda dal lago di Como alla confluenza, nel Mincio dal lago di Garda alla confluenza, nel Brenta, nel basso corso del Piave, Isonzo e Tagliamento. Poi in tutti gli affluenti di destra del Po che nascono dall’Appennino o dalle Alpi Marittime e hanno portate più ridotte: Tanaro, Scrivia, Orba e i torrenti emiliani. Un ambiente tipico della tinca sono le lanche, i vecchi meandri abbandonati dai fiumi che diventano stagni.

In Centro Italia la tinca vive in tutti i grandi laghi vulcanici e tettonici (dal Trasimeno, al lago di Chiusi, passando dai laghi di Bolsena, Bracciano, Vico), e in molti fiumi dall’Arno al Tevere fino ai fiumi del Sud.

La tinca vive in tutti i grandi canali di pianura, nelle rogge, nei bacini artificiali e nei piccoli invasi, nelle cave naturalizzate, nei bacini antincendio e nelle maggiori risorgive di pianura. Ma si tratta di una specie che non presenta più le popolazioni di 30-40 anni fa. Anzi, in molti corpi idrici dove era diffusissima è praticamente scomparsa e non per via dell’inquinamento organico a cui è in grado di resistere ma per la rarefazione degli ambienti di frega e la crescita esponenziali dei predatori, soprattutto di cormorani e ardeidi.

L’importante è sempre che l’ambiente acquatico sia ad acqua non troppo fredda e lenta, possibilmente con vegetazione acquatica. Del resto, il suo adattamento agli angoli lenti e alle acque ferme si desume anche dalla sua forma: tozza e piuttosto piatta, molto più alta al centro che all’altezza della testa: una conformazione per nulla idrodinamica che le impedisce di muoversi a lungo contrastando la corrente. Anche le pinne, non molto sviluppate, a partire alla caudale piuttosto corta e larga, denotano uno scarso adattamento alle correnti.

Ma nel suo ambiente la tinca è perfettamente adattata.

La colorazione giallognola-verdastra, tendente al bruno nel dorso, decisamente dorata in pancia, è ottima per mimetizzarsi contro i predatori (dal luccio al cormorano) sugli sfondi verdastri e marroni del fondo melmoso di laghi e stagni o sul fango dei margini dei grandi fiumi.

La bocca è munita di barbigli, come per tutti gli altri pesci che cercano il cibo con il tatto nel fango. I barbigli sono antennine flessuose dotati di organi di senso che le permettono di “toccare” e “annusare” le larve di insetto e i molluschi presenti nella fanghiglia e nella sabbia. Sopra la bocca ci sono anche le narici in grado di percepire il “gusto” lasciato nell’acqua da sostanze vegetali e da piccoli invertebrati che vivono, oltre che sul fondo, anche tra le erbe acquatiche e le alghe.

La bocca è molto evidente perché contrassegnata da due grosse labbra carnose che servono proprio per grufolare meglio sul fondo. L’alimentazione avviene per aspirazione e cernita. I denti della tinca, sono faringei, cioè sono posti nella gola. Come in tutti i pesci non servono per masticare ma per trattenere il cibo catturato con la bocca e hanno la forma di protuberanze ossee.

Non si tratta di un pesce dalle grandi dimensioni. È di media taglia, più grande di un’alborella ma più piccola di una carpa. La media è sui 25-40 cm, la tinca “grossa” di solito è sui 4-5 etti ma non è raro pescarne esemplari di 2 Kg.

Ha un accrescimento veloce, dopo due anni, a 10-12 cm è già in grado di riprodursi anche se la taglia media dei riproduttori è sui 16-18 cm. La sua strategia riproduttiva è tipica dei ciprinidi di pianura: tantissime uova mettendo in conto una perdita molto rilevante. Le uova prodotte dalle femmine sono sulle 100-150mila per Kg di peso. Vengono deposte a branchi tra le erbe acquatiche in fondali bassi, possibilmente in risorgive collegate ai corpi idrici principali o in mezzo alle erbe dei canneti. Dopo appena una settimana-10 giorni nascono le migliaia di larve che rimangono attaccate alle erbe (potamogeti, myriofillo etc.) fino a quando non è riassorbito il sacco vitellino, la pancia piena di sostanze nutritive che permette ai pesci di superare i primi giorni di vita mentre si adattano all’ambiente esterno.

La frega, cioè la riproduzione, avviene quando le acque sono abbastanza calde da non generare eccessivi sbalzi termici, molto pericolosi per le larve. La temperatura ideale va dai 22 ai 24 gradi e viene raggiunta nella corona dei laghi e nelle lanche dei fiumi intorno a fine maggio-inizio giugno. La riproduzione si protrae fino agli inizi di luglio: le femmine cercano le zone migliori per fare aderire le uova alla vegetazione seguire da stuoli di maschi eccitati dai feromoni. Una volta deposte le uova il primo maschio che riesce le feconda.

Gli avannotti e le tinchette sono prede ambite per tutti i predatori: lucci, siluri, black bass, persici, perche, cavedani; cormorani, aironi cenerini e bianchi, garzette, nitticore, svassi, martin pescatori, gabbiani.

La tinca si muove quasi sempre quasi sempre in piccoli branchi, soprattutto negli stadi giovanili, battendo il fondo. Le tichette si nutrono in gran parte di chironomidi, vermetti rossi che vivono nel limo, ma sono ghiotte anche di larve di zanzara e planarie, sanguisughe e poi microalghe. Gli adulti mangiano larve di insetti, molluschi (soprattutto chioccioline), alghe. Circola soprattutto di notte oppure con le acque torbide, un modo per sentirsi più sicura con i predatori che utilizzano soprattutto la vista per cacciare.

L’attività è condizionata dalle temperature dell’acqua e si svolge dai 15 gradi in su. La tinca è molto resistente all’acqua calda: può vivere fino a oltre 30 gradi, praticamente temperature tropicali. Ma se fa troppo caldo entra in una sorta di torpore simile alla letargia invernale quando se ne sta immersa nel limo limitando al minimo il suo metabolismo.

Tutte queste strategie, dall’onnivorismo alla grande quantità di uova, dall’adattamento al caldo e alla scarsità di ossigeno, hanno fatto della tinca un pesce molto diffuso in natura e, quindi, molto conosciuto dalle popolazioni rivieraschi di fiumi e laghi.

 

L’allevamento classico della tinca

La tinca è uno dei pesci d’acqua dolce tipici della tradizione culinaria padana. È sempre stato pescato e allevato.

La sua fortuna nella gastronomia popolare va dal Piemonte al Veneto, passando per la Lombardia dei grandi laghi e dall’Emilia del grande Po ed è legata alle ridotte esigenze di ossigeno di questo pesce che si presta ad essere allevato letteralmente dietro casa, in piccoli stagni artificiali o anche in semplici buche.

In passato, quindi, la tinca era uno dei pesci presenti in molte cascine della Pianura Padana, letteralmente uno degli “animali da cortile” che se ne stava a stabulare nello stagno dove sguazzavano anche le anatre e le oche da cortile e dove magari condivideva l’acqua con le carpe, i pesci gatto e, in qualche caso, con le anguille, tutti pesci nutrienti che possono crescere in ambienti stagnanti senza acqua corrente e ricchi di erba acquatiche. Come la carpa e il pesce gatto la tinca è in grado anche di riprodursi dello stagno in cui è allevata, garantendo, quindi, una rigenerazione dello stock allevato.

Questi “pesci da cascina” appartengono tutti a specie che resistono a condizioni di scarsità di ossigeno e di innalzamento della temperatura dell’acqua nei mesi estivi. La scelta è sempre stata ristretta alla carpa, al pesce gatto, alla costosa anguilla (costosa e difficile da comprare allo stadio di anguillina) e, appunto, alla tinca. Se tra queste specie è la carpa a garantire la massima resa in carne (può arrivare in stagno a una dozzina di Kg), la tinca è più adatta a una lunga conservazione in carpione essendo un pesce più sottile e un po’ meno grasso.

La tinca è onnivora: mangia di notte e preda larve di zanzara e di moscerini (i chironomidi che stanno nel fango), mangia lumachine da acqua stagnante che spesso invadono gli stagni e sanguisughe o planarie. Li scova tutti con i due barbigli, organi di senso fenomenali con cui setaccia il fondo. Ma si nutre anche di semi, erbe acquatiche e ogni altro vegetale ad alto contenuto glucidico e proteico che trova.

Il metodo di allevamento familiare è sempre stato molto semplice. Le tinchette venivano comprate da un altro contadino (o venivano pescate con le reti), poi venivano immesse negli stagni di cascina e lasciate crescere. Ogni tanto venivano raccolte per essere consumate soprattutto il venerdì e durante la Quaresima.

Le tinche venivano lasciate crescere da sole alimentate, di tanto in tanto, con mais e scarti alimentari, soprattutto sfarinati quando non venivano dati ai maiali e alle oche.

L’allevamento intensivo classico è, invece, quello tipico dell’itticoltura. La tinchicoltura viene praticata soprattutto in centro Italia e nel Nord Est. I pesci sono alimentati con mangime industriale pellettato o granulato (a seconda degli stadi di accrescimento) specifico per ciprinidi (carpe e tinche). È composto soprattutto da carboidrati e composti proteici derivati da farine animali addizionati con vitamine. L’obiettivo dell’allevamento industriale è la velocità di accrescimento per raggiungere la taglia commerciale che, in tutta Italia è sui 3-400 grammi.

 

La pesca della Tinca

Una “nassa” per la pesca della Tinca

La tinca è un pesce che, nel Nord Italia, si conosce bene. Del resto oltre che essere oggetto di allevamento è anche un pesce tra i più pescati dei nostri laghi e fiumi. Anzi, possiamo dire che la tradizione dell’allevamento deriva dalla tradizione di pesca.

La tinca veniva pescata (e viene pescata) in modo professionale con le nasse, trappole di rete dove il pesce si infila e non riesce più a uscire. Oppure con le reti tipo tramaglio affondate a profondità diverse o soprattutto rasenti il fondo dove la tinca vive. La tinca veniva anche pescata con la fiocina nei periodi della riproduzione quando viene a deporre le uova tra i canneti. Ma questa pratica è stata recentemente vietata.

La tinca veniva pescata anche con le “lignole” cioè con lenze composte da decine di ami innescati con lombrichi e posate sul fondo per insidiare anche anguille e carpe.

La pesca professionale avviene soprattutto nei grandi laghi del Nord e del Centro Italia. Ma un tempo era praticata anche nei grandi fiumi soprattutto con la barca, nelle zona a corrente lenta o nelle lanche. La tinca era un pesce classico per i pescatori professionali di Po, Tanaro, Sesia, Ticino, Adda, Oglio, Mincio, Adige, Brenta, Arno, Tevere e tanti altri. Nei fiumi, alla pesca con le reti si aggiungeva quella con la bilancia, una rete quadrata retta da una canno molto robusta e azionata a braccia oppure fisa e sollevata da un argano a motore o a manovella.

La pesca con la canna e la lenza è una pratica relativamente recente. Era una pesca di sussistenza ma è finita per diventare una modalità di pesca dilettantistica a scopo alimentare-ricreativo.

La tinca si pesca con la canna deponendo l’esca sul fondo e cercando di fare in modo che sia scovata dalla tinca che grufola nel fango e che “annusa” i gusti dell’acqua tra le erbe. Si usano lombrichi, polenta di mais aromatizzata al formaggio, chicchi di mais, larve di mosca carnaria. La pesca notturna è vietata ma l’attività primaverile-estiva della tinca si protrae fino alle prime luci del giorno e inizia già quando il sole inizia a calare.

L’esca deve essere sempre posizionata sul fondo sia che si peschi a fondo sia che si peschi con il galleggiante. Il punto di pesca deve essere pasturato per alcuni giorni con la stessa esca che si userà per la pesca in modo di abituare le tinche all’appuntamento con il cibo nello stesso punto alla stessa ora.

La tinca non è mai un pesce grosso, può arrivare al massimo al un chilo e mezzo, raramente a due chili. La maggior parte degli esemplari pescati in acque libere è sui 3-4 etti. La misura minima da vai 18 ai 20 cm.

La pesca è vietata nel periodo riproduttivo in mesi diversi a seconda delle leggi regionali ma il divieto, solitamente, è nel mese di giugno ma può essere anticipato a maggio.

 

La tinchicoltura di risaia

L’allevamento della tinca è sempre stato praticato anche nelle risaie.

Oggi nelle risaie non si allevano più i pesci ma, fino agli anni ’70, la piscicoltura di risaia era un’attività molto diffusa nel triangolo risicolo Vercelli, Novara, Pavia.

Il principio era lo stesso che aveva portato allo sviluppo dell’allevamento della tinca nel Pianalto di Poirino: diversificare, il più possibile, il reddito agricolo cercando un’agricoltura polifunzionale. In questo caso, già che si doveva usare l’acqua per termoregolare il riso tanto valeva usarla anche per produrre anche proteine animali da pesce.

La piscicoltura nel riso era possibile solo nella risicoltura che è terminata con la semina diretta in risaia. Dal ‘700, passando dagli anni del film Riso Amaro (anni 40-50) e fino alla fine degli anni ’60, il riso veniva seminato in semenzai e, nel mese di giugno, quando le piantine avevano raggiunto il pieno accestimento con lo sviluppo dei culmi fertili e un’altezza di 30 cm, venivano trapiantate in risaia.

Oggi il riso viene seminato direttamente in campo con 5 cm di acqua. In seguito, l’acqua viene tolta e rimessa diverse volte per combattere lo sviluppo delle malerbe e favorire il diserbo. Per questo non potrebbero più sopravvivere i pesci insieme al riso.

Un tempo, invece, le camere di risaia rimanevano allagate fino alla maturazione (settembre) e quindi al raccolto. In più, l’acqua nelle camere era molto più alta: 30-40 cm contro i 5-10 di oggi. Non a caso, le mondine sono sempre ritratte mentre trapiantano o mondano con l’acqua fino al ginocchio. Con 5 cm di acqua calda e senza ossigeno nessun pesce potrebbe vivere, ma con 30 cm di acqua la tinchicoltura è possibile.

Le tinchette (e le carpette) venivano immesse subito con l’allagamento di maggio alla misura di 7-10 cm e venivano pescate con l’asciutta del riso a settembre alla taglia di 16-18 cm. Molte finivano nei canali di scolo e nelle rogge dove rimanevano negli invasi delle chiuse dove, insieme a anguille, alborelle, cavedani, scardole venivano pescate con le bilancelle, le reti quadrate rette da una spessa canna.

Le tinche erano allevate insieme alle carpe. La tradizione di allevamento in risaia ha sviluppato ricette padane tipiche abbinate al riso come il risotto alla tinca (diffuso anche lungo i grandi laghi).